Ferlita, il critico della totalità

Ferlita, il critico della totalità

la recensione di Nino De Vita a Palermo di Carta (foto di francesca cognata)

I libri di Salvatore Ferlita (noi amici lo chiamiamo Toti) sono sempre scritti bene. E scrivere bene non è facile.

Da parte mia, mi avvicino a un critico - se non lo conosco -, a un suo libro, con un certo timore. E il timore è quello di trovarmi davanti a un testo difficile da leggere, ancora di più: da capire, da decifrare.

Provate, per fare un esempio, a leggere Fortini, o Majorino, e avrete la misura di quanto ho detto.

Più il libro di un critico è indecifrabile, fa faticare nella comprensione del suo contenuto e più, possiamo affermare, chi lo ha scritto non aveva le idee ben chiare.

Ferlita ha le idee chiare. Scrive e sa quello che deve dire, perché conosce e sa comprendere  il libro che ha letto e deve adesso porgere, spiegare, a noi.

Io lo leggo sempre, dicevo,  con piacere. Avverto, fin dalle prime pagine, come un invito che lui mi fa ad andare avanti, avanti, in questo suo racconto. Ripeto: non è facile. E’ una abilità, questa, che appartiene forse di più al romanziere, qualche volta - ma certamente di meno, perché si esprime con i versi - al poeta.

Quando accade con un critico allora è segno della sua preparazione. Il critico è dotato di un dono particolare. Oltre che critico, insomma, è anche un po’ un narratore.

Un particolare che mi sembra di avere riscontrato anche in questo libro che stasera si presenta.

E mentre lo leggevo, assaporavo il piacere della lettura - Ferlita parla di scrittori in larghissima parte da me conosciuti, frequentati, di alcuni sono stato anche a lungo  amico - stranamente mi è accaduto di soffermarmi su un particolare che può sembrare, a prima vista, marginale e non lo è. Parlo della sapienza dei titoli che scandiscono l’impostazione del libro, e dei sottotitoli. Faccio alcuni esempi: “Il grembo coperto della città”,  “Una metropoli biologica e modificante”, “Un ricettario panormita”, “Una Palermo sbilenca”, “Palermo gitana e terragna”...

Raramente ho riscontrato titoli così belli. Ma anche titoli le cui parole, il cui significato, diventa sintesi perfetta di quanto poi - appunto dentro a quella sezione - verrà detto.

Palermo di carta ha la giusta presunzione di dire tutto quanto su Palermo e i suoi scrittori c’era da dire. E infatti. Chiuso il libro mi sono chiesto: “Ma ha dimenticato, in questa mappa, Ferlita, qualcuno?”

Adesso mi metto a pensare, a cercare con la memoria. Troverò un nome da lui non fatto, una distrazione, lo chiamo e gli confido - amorevolmente gli rimprovero - di questa sua dimenticanza. Ma il nome di uno scrittore da lui trascurato non l’ho trovato. In questo libro ci sono tutti quelli che dovevano esserci e dunque non ci sono tutti quelli che non dovevano esserci.

Riflettendo, adesso. Forse Ferlita ha quest’altra sua particolarità da me prima non considerata, non percepita: è un critico che, in un libro, in un suo libro, dice tutto quanto c’era, sull’argomento da lui trattato, da dire. Possiamo chiamarlo: “Il critico della totalità”.

Nino De Vita

 

 

 

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